Digoberto Maria Lusaffi si svegliò di soprassalto. Una fastidiosa sensazione di umido lo faceva rabbrividire, ma ancora di più lo faceva rabbrividire la constatazione di dove si trovava: nel nulla.
Si alzò in piedi, la testa gli doleva ma tentò di non badarvi. Attorno a lui solo il nulla, solo una infinita e uniforme distesa di grigio nulla.
Deglutì e si costrinse a cercare di tirare fuori la sua proverbiale razionalità: doveva esserci una locazione per quel posto, e doveva esserci un motivo per cui si trovasse lì.
Un rumore. Un trillo. Un sibilo.
Digoberto si girò di scatto, ma il muro di nulla era immutato. Niente. Inspirò l'aria umida, tentò di far rallentare i battiti del cuore che pareva impazzito nel suo petto. Ragiona Digoberto, ragiona. La prima cosa da fare era capire dove si trovasse e l'unico modo era spostarsi. Tirò la cerniera del giubbotto fino ai primi peli del mento, rabbrividì e iniziò a camminare. Non avrebbe dato ascolto alle paure della sua mente, non avrebbe dato libero sfogo ai terrori alieni che la sua mente insisteva per fargli prendere in considerazione. C'era una spiegazione plausibile, doveva esserci.
Ma non ricordava nulla delle ore precedenti il suo risveglio. Quello era un problema. Tentò di accendersi una sigaretta, ma era talmente fradicia che l'accendino si rifiutò di svolgere il suo compito.
Imprecò. Poi un trillo. Di nuovo.
Veniva dalla sua destra.
Si voltò senza vedere nulla, ma un altro trillo lo sorprese a sinistra. Poi dietro. Un altro, ancora. Trilli, lamenti, sibili. Ancora. Tantissimi. Erano alieni, erano mostri, erano demoni. Forse era morto e quello era l'inferno.
Cadde in ginocchio, piangendo.
Un nuovo trillo davanti a sé. Forte, chiaro. Un altro, sempre più forte. Con gli occhi carichi di lacrime alzò la testa e intuì innanzi a sé un bagliore sempre più nitido. Qualcuno. Qualcosa. Si stava avvicinando.
Non c'era più razionalità, c'era paura. Solo paura. Il baglio gli arrivò davanti. Il trillo fu potente, quasi doloroso dentro la sua testa.
In un momento di profonda lucidità si trovò pronto. Era pronto a morire.
Un trillo potentissimo.
«ALLORA, CI LEVIAMO DALLA CICLABILE...O NO?! ...Ignurènt...»
Si scostò. L'umarello sulla graziella lo superò scancherando e borbottando sulla droga, le pugnette e qualcos'altro. Dietro di lui altri con i trilli dei loro campanelli.
C'era una bella nebbia quella mattina in Ponticella.
Digoberto Maria Lusaffi si tirò in piedi, si passò velocemente le mani sui jeans per pulirli all'altezza delle ginocchia. Distrattamente cercò di nuovo di accendersi la sigaretta, ancora una volta questa si rifiutò.
Si incamminò verso la fermata del 13, qualche metro più avanti.
Forse doveva smettere di sfasciarsi di nocino alle feste del venerdì sera del suo amico Pier Angelo Tavozzi.
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